Vittoria di Savoia non ha alcuna intenzione di seguire il copione che molti si aspettano da lei. A 22 anni, la figlia di Emanuele Filiberto e Clotilde Courau sceglie una strada tutta sua, lontana dai cliché e decisamente più concreta. Lo dimostra anche con il suo debutto come curatrice della mostra “Il Ratto d’Europa”, realizzata insieme a Sarah Douadi durante la Milano Art & Design Week 2026.
Ma è nelle sue parole che emerge davvero la sua visione. Vittoria non si riconosce nell’immagine tradizionale della principessa. Non sogna abiti scintillanti né simboli del passato. Anzi, li rifiuta apertamente. Dice chiaramente che non indosserà mai una tiara, perché non si sente rappresentata da quel mondo. Preferisce definirsi in modo completamente diverso: una ragazza libera, con idee proprie, pronta a difenderle senza paura.
La sua vita oggi si svolge a Londra, città che sente profondamente sua. Qui costruisce il suo percorso tra cinema, teatro e formazione artistica. Frequenta la RADA, studia recitazione e si dedica anche alla scuola di clown, dimostrando una curiosità che va oltre i confini più prevedibili. Le sue giornate sono piene, scandite da provini, studio e lavoro.

Non è interessata, almeno per ora, a costruire una famiglia. Il suo obiettivo è un altro: affermarsi professionalmente. Si definisce iperattiva, sempre in movimento, con il bisogno costante di creare e realizzare. Tutto il resto, dice, può aspettare.
Le critiche non mancano. C’è chi la etichetta come “radical chic” o come una privilegiata senza reali capacità. Ma lei non si lascia toccare. Anzi, usa quelle parole come stimolo. Lavora, si impegna e lascia che siano i risultati a parlare per lei.
Il rapporto con i genitori, oggi, è sereno e aperto. Racconta di un legame fatto di dialogo e complicità, soprattutto con il padre, che considera quasi un migliore amico. Anche con la madre il confronto è libero, senza giudizi. Due figure che definisce moderne, capaci di accompagnarla senza imporre.

Non è sempre stato così. Da adolescente si sentiva arrabbiata, in cerca di spazio e indipendenza. A 17 anni ha fatto una scelta drastica: lasciare casa e trasferirsi a Londra. Senza avvisare, ha abbandonato l’università e ha iniziato a lavorare in un pub-ristorante per mantenersi. Un passaggio duro, ma fondamentale per costruire la sua autonomia.
Il teatro ha avuto un ruolo decisivo nel suo percorso. Lo descrive come una vera forma di terapia, capace di aiutare a conoscersi e a lasciare fuori le difficoltà personali. È lì che ha trasformato la rabbia in qualcosa di costruttivo.
E poi c’è il lato che più sorprende. Vittoria si definisce un “maschiaccio”, pratica boxe e si sente più a suo agio in abiti sportivi che in vestiti da gala. È anche per questo che l’idea della tiara le appare distante, quasi estranea.

Con la sorella Luisa, più giovane, ha un legame forte. La descrive come la più disciplinata e brillante, impegnata negli studi di legge a Parigi con risultati eccellenti. In famiglia, racconta, esiste una vera solidarietà tra donne, un sostegno reciproco che considera fondamentale.
Il suo messaggio è chiaro: le donne dovrebbero sostenersi di più invece di competere. È una convinzione che vive ogni giorno, partendo proprio dal suo ambiente più vicino.
Nel frattempo, il ruolo ufficiale legato alla Casa Savoia resta nelle mani del padre. Lei guarda altrove, costruendo il proprio spazio passo dopo passo, senza simboli da indossare, ma con una direzione ben precisa.
