Negli ultimi diciotto mesi Hollywood ha detto addio a diverse interpreti diventate famose quando erano giovanissime. Tra loro ci sono Michelle Trachtenberg, conosciuta per “Gossip Girl” e “Buffy”, Daveigh Chase di “The Ring”, Kaylee Hottle di “Godzilla” e Hayden Panettiere, scomparsa il 16 agosto.
Molti volti dello spettacolo hanno dedicato messaggi e ricordi alle colleghe. Anna Paquin, però, ha deciso di andare oltre il semplice omaggio. Durante lo scorso fine settimana ha aperto una riflessione durissima sulle conseguenze della notorietà precoce e su cosa significhi crescere sotto gli occhi dell’industria cinematografica e televisiva statunitense.
Per l’attrice, le storie difficili vissute da numerose ex baby star non possono essere liquidate come una successione di coincidenze. Paquin sostiene che dietro quei percorsi ci sia anche un sistema incapace di offrire una protezione reale alle bambine che entrano troppo presto nel mondo dello spettacolo.
L’accusa contro un sistema che doveva proteggerle
Anna ha parlato soprattutto delle giovani interpreti esposte fin dall’infanzia a dinamiche adulte e a una precoce sessualizzazione della loro immagine. A suo giudizio, le tutele previste sulla carta non hanno funzionato come avrebbero dovuto.
«Non è una coincidenza che così tante ex “star” bambine, in particolare quelle femminili pre-sessualizzate, abbiano vite profondamente tristi e fini premature. Non eravamo protette dai “sistemi” che sulla carta sembrano ottimi, non ci hanno protette come dovevano. Riposate in pace Hayden, Michelle, Daveigh e molte altre, troppe».
Le sue parole nascono anche da un’esperienza personale. La protagonista di “True Blood” ha cominciato a recitare a soli 10 anni. Appena un anno più tardi, a 11, ha conquistato l’Oscar per la sua interpretazione in “Lezioni di piano”.
Oggi Anna ha 44 anni e conosce direttamente le pressioni che accompagnano l’ingresso nello star system durante l’infanzia. Nel suo intervento non si è limitata ad accusare l’industria: ha voluto rivolgersi alle colleghe che potrebbero avere bisogno di sostegno, ascolto o semplicemente di uno spazio sicuro in cui raccontare ciò che hanno vissuto.
Il messaggio diretto alle altre ex baby star
Paquin ha invitato le donne cresciute sui set a contattarla privatamente. Ha promesso di ascoltarle, credere alle loro parole e restare al loro fianco.
«È uno strano piccolo club a cui apparteniamo e voi meritate supporto, indipendentemente da come l’industria vi ha fatto sentire. Scrivetemi pure in privato. Vi credo e starò al vostro fianco. Non siete sole. Diamoci la mano a vicenda. La vicinanza rende la denuncia pubblica meno terrificante».
Il messaggio ha raccolto migliaia di reazioni e commenti. A intervenire sono state anche attrici molto note che, proprio come Anna, avevano iniziato a lavorare quando erano ancora bambine.
Alyssa Milano, volto di “Streghe” e debuttante al cinema all’età di 11 anni, ha lasciato un cuore rosso. Mara Wilson, protagonista di “Matilda 6 mitica”, ha invece ringraziato apertamente Paquin scrivendo: «Grazie mille per le cose che hai detto».
Queste reazioni hanno mostrato quanto il tema sia sentito da chi ha vissuto sulla propria pelle un’infanzia trascorsa tra provini, set, aspettative degli adulti e attenzione pubblica.
La precisazione dopo le prime reazioni
Dopo la pubblicazione del suo intervento, Anna ha risposto ad alcuni commenti per chiarire meglio il significato delle sue parole.
L’attrice non intendeva sostenere che soltanto le ragazze cresciute a Hollywood possano attraversare abusi, sofferenze o situazioni difficili. Il suo discorso era concentrato su una condizione precisa: quella delle bambine che vengono inserite prematuramente in un ambiente professionale e trattate come oggetti sessuali quando non hanno ancora gli strumenti per comprenderne le conseguenze.
«Sto parlando molto specificamente dell’esperienza di una persona che, da bambina, si ritrova prematuramente sul set a essere considerata un “oggetto sessuale”. Non sto dicendo che non vengano arrecati danni anche al di fuori del mondo dello spettacolo. Ma quello è un discorso più ampio, da affrontare in un altro momento e in un altro post».
La sua denuncia non equivale comunque a una condanna indiscriminata di ogni produzione. Paquin ha spiegato di aver lavorato, soprattutto negli ultimi anni, anche in ambienti nei quali il benessere dei più giovani era trattato con estrema serietà.
Proteggere i minori sul set è possibile
Secondo l’attrice, si possono raccontare storie difficili e affrontare argomenti sconvolgenti senza sacrificare la sicurezza psicologica dei bambini coinvolti. Serve però che la tutela dei giovani interpreti diventi una priorità concreta, non una promessa formale.
«Un’altra cosa, da adulta ho avuto il piacere di lavorare a produzioni in cui il benessere e la salute mentale dei giovani interpreti venivano gestiti con incredibile attenzione. Specialmente quando si trattava di materiale intenso. È possibile prendersi cura dei bambini sul set in modo olistico e raccontare storie complesse e a volte sconvolgenti. Deve semplicemente essere la priorità assoluta della produzione».
Le sue parole evidenziano quindi due realtà opposte. Da una parte esistono set capaci di mettere al centro la salute e la serenità dei minori. Dall’altra rimangono le conseguenze lasciate da un sistema che, per molto tempo, non ha saputo o voluto garantire lo stesso livello di protezione.
Per comprendere quanto la fama precoce possa lasciare segni profondi non è necessario guardare soltanto alle artiste scomparse. Le esperienze pubbliche di Britney Spears, Amanda Bynes, Lindsay Lohan e Demi Lovato mostrano quanto possa essere complesso diventare celebri quando si è ancora molto giovani.
Anche Asia Argento racconta il prezzo della fama precoce
Il problema non riguarda esclusivamente gli Stati Uniti. Anche Asia Argento ha recentemente parlato delle conseguenze di un debutto avvenuto durante l’infanzia.
Ospite della 79esima edizione del Locarno Film Festival, l’attrice italiana ha espresso gratitudine per essere riuscita a superare difficoltà che hanno segnato profondamente numerose colleghe e, in alcuni casi, hanno contribuito a esiti tragici.
Figlia del celebre maestro dell’horror italiano, Asia arrivò su un set a 11 anni. Tra i suoi primi lavori ci furono “Demoni 2… L’incubo ritorna” di Lamberto Bava e “Zoo” di Cristina Comencini.
Il ricordo di quel periodo, però, è lontano dall’immagine spensierata di una bambina che si diverte davanti alla macchina da presa. Per lei lavorare significava già affrontare stanchezza, responsabilità e una pressione difficile da sostenere a quell’età.
«Sono arrivata nel mondo del cinema da bambina, in quei momenti non era un gioco. Non era affatto un gioco lavorare, era faticoso. Io mi ricordo che sul film di Cristina Comencini, avevo 11 anni, io ho iniziato a soffrire di insonnia. Di notte non dormivo perché avevo tante responsabilità, ma ero una bambina e questo senso enorme di responsabilità me lo sono portato tutta la carriera anche oggi, però mi ha salvata un po’».
Asia ha poi spiegato di considerare quasi miracoloso essere riuscita ad attraversare indenne la fase più delicata della crescita, quando molti bambini prodigio finiscono per perdere ogni punto di riferimento.
«Dico che mi sono salvata, perché pensa a quanti bambini prodigio non ce la fanno. Io sono riuscita a saltare la famosa età del ciuco. È quasi un miracolo, perché tu vedi tutti i bambini prodigio che impazziscono, si drogano e molto pochi sopravvivono a questa illusione, perché alla fine è una grande illusione quella di essere amati, perché uno ricerca questo, io ho ricercato questo, questo amore del pubblico, questa cosa che mi riempiva tutti i vuoti».
Le testimonianze di Anna Paquin e Asia Argento arrivano da percorsi diversi, ma convergono sullo stesso punto: il successo raggiunto da bambini può avere un costo enorme. Dietro applausi, premi e popolarità possono nascondersi solitudine, pressioni adulte e ferite che continuano a farsi sentire anche molti anni dopo.
