Raoul Bova, arriva il conto per le chat finite online: multa da 4.950 euro a Fabrizio Corona

La puntata di *Falsissimo* dedicata alla vita privata di Raoul Bova ha prodotto una conseguenza concreta per Fabrizio Corona. Il Garante per la protezione dei dati personali ha ritenuto illecita la diffusione delle conversazioni private attribuite all’attore e ha applicato una sanzione amministrativa di 4.950 euro.

Corona si trova già coinvolto in altre controversie con i fratelli Berlusconi, Alfonso Signorini e Belen Rodriguez. A queste si aggiunge la vicenda che lo contrappone a Bova, nata dopo la pubblicazione di chat e messaggi vocali utilizzati per raccontare una presunta relazione tra l’attore e Martina Ceretti.

Il materiale non sarebbe arrivato direttamente dalla ragazza. Un suo amico ha successivamente dichiarato di essere stato lui a consegnare quelle conversazioni a Corona, sostenendo che Martina fosse a conoscenza dell’operazione.

La decisione del Garante si concentra però su un altro punto: la natura strettamente personale delle comunicazioni. L’Autorità ha stabilito che chat e audio riguardavano la sfera privata e affettiva di Bova e che la loro esposizione pubblica non fosse sostenuta da un «reale interesse pubblico».

La notorietà dell’attore, dunque, non è stata considerata una ragione sufficiente per rendere accessibili a tutti contenuti nati all’interno di conversazioni riservate.

## La sanzione e il dettaglio sui redditi

Al termine dell’istruttoria, a Fabrizio Corona è stata inflitta una multa di 4.950 euro. Nel determinare la cifra, il Garante ha preso in considerazione anche la situazione economica risultante dagli atti.

Nel provvedimento viene precisato che, per l’anno esaminato, non risultavano redditi fiscalmente dichiarati. Questo elemento avrebbe contribuito alla definizione dell’importo finale della sanzione.

La cifra non è quindi casuale, ma deriva da una valutazione che ha tenuto conto sia della violazione contestata sia delle condizioni economiche emerse durante il procedimento.

Il principio stabilito dall’Autorità va oltre il singolo episodio: una persona famosa conserva il proprio diritto alla riservatezza. Essere esposti pubblicamente per lavoro non significa consegnare automaticamente ogni dettaglio della propria vita sentimentale alla curiosità collettiva.

## Perché quelle chat non potevano essere pubblicate

Il punto decisivo riguarda l’utilità sociale del materiale diffuso. Per giustificare la pubblicazione di informazioni private non basta che queste suscitino attenzione, generino visualizzazioni o alimentino una discussione online.

Deve esistere un interesse concreto per la collettività. Nel caso delle conversazioni attribuite a Raoul Bova, il Garante non ha riconosciuto questa condizione.

I contenuti, per l’Autorità, sarebbero stati utilizzati principalmente per trasformare una vicenda affettiva in spettacolo e per alimentare il gossip. Una finalità molto diversa dal diritto di cronaca esercitato su questioni realmente rilevanti per il pubblico.

Il provvedimento sottolinea inoltre che la pubblicazione potrebbe avere inciso sulla reputazione dell’attore. Le conseguenze non riguarderebbero soltanto i suoi rapporti personali, ma potrebbero estendersi anche all’attività professionale.

In altre parole, la curiosità attorno alla vita di un personaggio conosciuto non può cancellare i limiti imposti dalla tutela dei dati personali. La fama non trasforma automaticamente una conversazione privata in un contenuto liberamente utilizzabile.

## Il racconto di Raoul Bova sul presunto ricatto

La storia delle chat aveva assunto contorni ancora più inquietanti quando Raoul Bova raccontò di aver ricevuto una richiesta di denaro prima che il materiale venisse consegnato a Corona.

L’attore dichiarò che qualcuno aveva tentato di vendergli le sue stesse conversazioni, minacciando di diffonderle nel caso in cui non avesse pagato. Le telefonate, stando al suo racconto, sarebbero proseguite per tre giorni.

«C’è stato un ricatto, hanno tentato di chiedermi dei soldi in cambio di queste chat», aveva affermato Bova.

La pressione sarebbe stata molto esplicita. L’attore ha riferito di aver ricevuto questo avvertimento: «Se non paghi mandiamo le chat a Corona».

Nonostante l’insistenza, Bova decise di non consegnare il denaro richiesto. Conoscendo il contenuto degli audio, non riteneva che ci fosse una ragione per cedere. Soprattutto, temeva che un primo pagamento potesse aprire la strada a nuove pretese.

«Sono stati tre giorni di tempestive telefonate “se non paghi mandiamo le chat a Corona”. E questo pone parecchi interrogativi», ha spiegato.

Raoul ha poi chiarito il ragionamento che lo portò a rifiutare: «Io, conoscendo bene quegli audio, ho pensato che non ci fosse motivo di pagare, non volevo cedere al ricatto».

La sua preoccupazione non riguardava soltanto quelle conversazioni. Pagare avrebbe potuto creare un precedente pericoloso e trasformare l’episodio nell’inizio di una lunga catena di richieste.

«E se una volta accetto un ricatto? Ce ne sarà un altro ancora? Prenderanno altre chat? Così ho deciso di non accettare questo ricatto», ha concluso l’attore.

Queste sono dichiarazioni rese da Bova e gli eventuali profili penali legati al presunto tentativo di ricatto dovranno essere verificati dalle autorità competenti. La sanzione del Garante, invece, riguarda specificamente il trattamento e la diffusione illecita dei dati personali contenuti nelle chat e nei messaggi vocali.

Per Corona arriva così un primo provvedimento amministrativo legato alla puntata. Al centro della decisione non c’è la popolarità dei protagonisti né il clamore suscitato dalla vicenda, ma un confine preciso: quello che separa la curiosità del pubblico dal diritto di una persona a non vedere trasformata la propria intimità in uno spettacolo.

 

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