Matteo Giunta rompe il silenzio dopo lo sfogo shock: “Con mia figlia in ospedale ero fuori controllo”

Non è stato uno scatto calcolato né una provocazione studiata a freddo. Matteo Giunta ha deciso di spiegare cosa c’era davvero dietro lo sfogo durissimo comparso nelle sue Storie social e rilanciato senza esitazioni anche da Federica Pellegrini. Un momento di rabbia pura, nato mentre la vita privata stava esplodendo lontano da qualsiasi riflettore.

Il preparatore atletico, 43 anni, racconta di aver perso il controllo dopo giorni che definisce devastanti. Al centro di tutto c’è Matilde, la figlia di due anni avuta con la campionessa olimpica. In una sola settimana la bambina è stata ricoverata due volte, colpita da convulsioni febbrili legate a un contagio influenzale. Una situazione che ha travolto entrambi i genitori, costringendo anche Federica Pellegrini, incinta di sette mesi della loro seconda figlia, a rinunciare a diversi impegni di lavoro.

Quando ha scritto quelle parole, Giunta ammette di non essersi più trattenuto. Era reduce dall’ennesima corsa in ospedale, dall’ennesima paura. Vedere la propria figlia stare male, spiega, è qualcosa che ti svuota. I medici possono rassicurarti, dirti che certi episodi sono frequenti nei bambini, ma viverli sulla propria pelle è tutt’altra cosa.

Lo sfogo era diretto contro quei genitori che continuano a mandare i figli a scuola anche con febbre e sintomi evidenti. Un comportamento che, secondo Giunta, non resta mai un problema individuale. Ricade sugli altri bambini, sulle famiglie, sugli insegnanti. Dopo il post, racconta di aver ricevuto numerosi messaggi da educatrici e maestre. Non critiche, ma ringraziamenti. Perché quella situazione la conoscono bene e la vivono ogni giorno.

Giunta chiarisce di non ignorare le difficoltà di molte famiglie, spesso costrette a fare scelte complicate per motivi di lavoro. Ma sottolinea anche un punto che per lui è fondamentale: vivere in una comunità significa accettare che le proprie decisioni hanno conseguenze sugli altri. Portare un bambino malato a scuola può sembrare una soluzione momentanea, ma finisce per creare problemi a catena, soprattutto ai più fragili.

Col senno di poi, ammette che forse oggi eviterebbe l’insulto. Non perché rinneghi il messaggio, ma perché riconosce che il linguaggio ha amplificato lo scontro. In quel momento, però, non si sentiva un personaggio pubblico. Era solo un padre arrabbiato, spaventato, con la figlia in ospedale. Ha scritto come gli veniva, senza filtri, come chi sente di avere l’acqua alla gola.

Nel suo racconto emerge anche una riflessione più ampia. Dopo la pandemia, dice, sembrava che tutti avessero imparato qualcosa. Bastava uno starnuto per restare a casa. Oggi, invece, si è arrivati all’estremo opposto. In molti asili e scuole, se il bambino non supera una certa soglia di febbre, resta comunque in classe. Non serve più nemmeno un certificato medico per rientrare.

Le educatrici del nido frequentato da Matilde, racconta Giunta, sono allo stremo. Devono accogliere tutti, anche chi non dovrebbe essere lì, mentre il rischio di contagio si allarga a famiglie, nonni e persone con patologie.

Alla fine, Matteo Giunta rivendica una cosa sola: lo sfogo ha fatto rumore, e forse era necessario. A volte, dice, una reazione istintiva serve più di mille comunicati educati. Forse non cambierà il sistema, ma almeno ha acceso una discussione. E magari qualcuno, la prossima volta, ci penserà due volte prima di prendere una decisione che riguarda anche gli altri.

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