Per un breve momento lo scorso anno, alcune voci provenienti dalla Costa Azzurra hanno sconvolto l’Europa: Brigitte Bardot era stata ricoverata in ospedale. Il panico è svanito quasi istantaneamente quando lei ha smentito con un secco rifiuto, insistendo sul fatto che non sarebbe andata da nessuna parte. Tuttavia, l’episodio ha sottolineato una verità dalla quale nemmeno le leggende possono sfuggire: il tempo non risparmia nessuno, nemmeno la donna che un tempo ha ridefinito il desiderio stesso.
Il ritiro di Bardot dal mondo è sorprendente quanto la sua ascesa fu esplosiva. La bionda forza che ha ridefinito la femminilità nell’Europa del dopoguerra ora vive circondata dal silenzio, dalla natura e da cancelli chiusi. I suoi ultimi anni, segnati dall’isolamento e dalle polemiche, sono in netto contrasto con la liberazione che un tempo incarnava. Nata lo stesso giorno di Sophia Loren, era il suo opposto in tutti i sensi: mentre la Loren simboleggiava il classico glamour mediterraneo, Bardot era la ribelle dai piedi nudi e dai capelli arruffati.

La sua esplosione avvenne nel 1956 con E Dio creò la donna, un film che non solo provocò i critici, ma scosse l’intero sistema morale. Seguì un’ondata di indignazione: proteste negli Stati Uniti, divieti e ritardi in tutta Europa, editoriali furiosi che la denunciavano come indecente. Ma il danno era fatto. Bardot aveva trasformato il movimento, la giovinezza e la sensualità in un manifesto. I corsetti scomparvero. I tacchi furono abbandonati. Una nuova libertà femminile entrò a piedi nudi sulla scena mondiale.

A differenza di molte icone, non fu schiacciata dal giudizio intellettuale, ma ne fu accolta. I pensatori dell’epoca videro in lei qualcosa di radicale: una donna che viveva seguendo il proprio istinto piuttosto che le convenzioni. Rifiutava il trucco, le cerimonie, i tappeti rossi e persino il successo stesso. L’impegno la annoiava. La dipendenza la respingeva. La libertà, per lei, non era uno slogan ma un riflesso.

La sua vita personale era altrettanto intensa. Le relazioni si sovrapponevano, i matrimoni fallivano, gli amanti andavano e venivano con intensità vulcanica. Musicisti, attori, eredi, outsider: lei voleva senza scusarsi e se ne andava senza rimpianti. Nemmeno la maternità riuscì a trattenerla. La passione regnava sovrana, la permanenza no. All’apice della sua fama, apparteneva solo a se stessa.
Poi venne la scomparsa. A soli 38 anni, Bardot abbandonò completamente il cinema, rinunciando all’adorazione per la solitudine. Si ritirò a La Madrague a Saint-Tropez, trasformandosi da fantasia globale a eremita con una causa. Gli animali sostituirono le persone. L’attivismo sostituì gli applausi. La sua devozione ai diritti degli animali divenne assoluta, così assoluta da indurirsi in qualcosa di più oscuro.

Qui sta il paradosso che definisce il suo capitolo finale. La donna che un tempo aveva infranto i confini sociali abbracciò gradualmente opinioni rigide ed escludenti. Le sue dichiarazioni pubbliche scatenarono indignazione, cause legali e condanne. L’icona della liberazione divenne un simbolo di ritirata ideologica. La ribelle si trasformò in giudice.
La stessa Bardot ha riconosciuto la frattura. Guardando le vecchie fotografie, non riconosce più la ragazza che guardava il mondo con audace fame. Fama, bellezza, adorazione: aveva tutto. Eppure, per sua stessa ammissione, la felicità rimaneva sfuggente.
Forse questa è la sua eredità più vera: la prova che la libertà radicale può liberare, ma anche isolare. Che le icone possono ispirare generazioni intere, ma allo stesso tempo diventare estranee ai propri miti. E che anche chi cambia il mondo può finire i propri giorni nascosto da esso, protetto da muri che nessun applauso può penetrare.
