Aveva piovuto tutto il pomeriggio. Anya tornò a casa prima del solito: l’incontro era stato annullato, l’autobus era arrivato in orario e, approfittando di questa rara occasione, decise di preparare una cena speciale per suo marito. Comprò il suo strudel preferito, il caffè, entrò in panetteria per comprare del pane fresco.
“Finalmente oggi sarà una serata tranquilla solo per noi due”, pensò aprendo la porta.
Ma appena mise piede in camera da letto, rimase immobile.
Sul letto c’era suo marito, Alexei, e accanto a lui una donna. Giovane, bella, con i capelli sciolti.
Erano molto vicini, guardavano qualcosa sul computer portatile. Ridevano. Sulle loro ginocchia c’era una coperta. Il loro letto. La loro casa. La loro calda luce proveniente dalla lampada da tavolo.
Anya rimase senza fiato. I sacchetti le scivolarono dalle mani, il pane rotolò sul pavimento. Il marito balzò in piedi:
«Anya! Aspetta, non è come pensi!
Ma quelle parole non fecero che peggiorare le cose. Non è quello che penso? — le risuonò nella testa.
Si voltò e andò nel corridoio. Il marito la raggiunse e la afferrò per un braccio.
— Aspetta, ti prego. È Lisa. Lei…
— Vedo chi è — rispose freddamente Anya, senza alzare lo sguardo. Conosceva quella ragazza, era una stagista del suo ufficio. Proprio quella di cui le amiche già bisbigliavano: «Guarda, nella foto hanno sguardi troppo intimi».
Anya respinse la sua mano.
«Puoi continuare a spiegarle tutto», disse e chiuse la porta della camera da letto.
Non dormiva.
Nella sua testa continuavano a girare le stesse immagini: lui e un’altra donna. Sul loro letto. Le loro risate. Il suo volto sereno.
Il telefono vibrava: erano messaggi di Lesha:
«Anya, ti prego, apri la porta. È importante».
«Hai frainteso tutto».
«Lei non è venuta per me».
Ma lei non continuò a leggere.
Alle sei del mattino si alzò, preparò il caffè e finalmente aprì i messaggi. E lì c’era una foto. Su di essa c’era proprio quella Lisa. Accanto a lei un bambino di circa sette anni.
E la didascalia:
«Questa è mia sorella. Stavamo guardando un video su nostro padre… è morto una settimana fa. Non sapevo come aiutarla, così sono rimasto semplicemente lì con lei. Scusa se non te l’ho detto subito.»

Anya si sedette. Aveva la gola secca. Ricordò che sul tavolo accanto al computer portatile c’era una tazza di caffè, che Lisa si asciugava gli occhi, che Lesha la abbracciava, non con passione, ma con delicatezza, come una bambina. E all’improvviso tutto andò al suo posto.
Entrò silenziosamente in camera da letto. Sul letto c’era lo stesso portatile, il caffè freddo, un cuscino gettato a terra. Lesha dormiva sul divano, senza essersi spogliato.
Anya si avvicinò, lo coprì con una coperta e sussurrò:
«Scusa se non ti ho creduto subito».
Lui aprì gli occhi e sorrise con aria stanca.
«Anch’io avrei pensato male».
Da allora lei non fece più conclusioni basate sulle emozioni. A volte ciò che sembra un tradimento è solo un momento strappato dal contesto. E se ami qualcuno, devi almeno ascoltarlo.
