Il caldo era insopportabile.
L’asfalto si scioglieva, gli attrezzi bruciavano le mani.
Sul tetto di un edificio di nove piani, tre operai stavano finendo i lavori — Mark Ivanson, Robert Klein e George Mayer.
Una giornata qualunque. Un lavoro qualunque.
Rumore, odore di bitume bollente e brevi frasi di routine.
Ma Mark aveva un cattivo presentimento — qualcosa di vago, appiccicoso.
Si tolse il casco, si asciugò il sudore e all’improvviso sentì un urlo provenire dal basso.
Femminile. Acuto. Pieno di panico.
Mark si sporse oltre il bordo del tetto.
Giù, nel parco giochi, una donna correva verso la sabbiera.
Accanto a lei — un bambino piccolo, di circa cinque anni.
Si teneva la gola e non riusciva a respirare.
— Rob! George! — gridò Mark. — Il bambino sta soffocando!
I secondi si trasformarono in un’eternità.
Erano in alto, e l’ascensore del palazzo non funzionava — in riparazione.
Scendere in fretta era impossibile.
Mark non pensò.
Afferrò la corda con cui sollevavano i materiali.
Agganciò il moschettone alla cintura di sicurezza e guardò George:
— Tienimi forte. Se succede qualcosa — frenami.
— Sei impazzito?
— No. Se non scendo, il bambino morirà.
Cominciò a calarsi lungo la facciata.
Il sole lo accecava, i palmi scivolavano sulla corda.
Al sesto piano qualcuno gridò dalla finestra.
Al terzo — una donna uscì sul balcone, incredula.
Mark saltò sul cornicione, si spinse e, quasi scivolando, toccò terra.
Corse verso la donna.
— Cosa è successo?!
— Stava mangiando una caramella… si è soffocato… — singhiozzava lei.
Mark si inginocchiò.
Avvolse il bambino da dietro, intrecciò le mani sull’addome e spinse verso l’alto.
Una, due volte… e alla terza un piccolo pezzo di caramella volò fuori dalla bocca del bambino.
Inspirò e scoppiò a piangere.
La folla intorno rimase immobile, poi qualcuno iniziò ad applaudire.
La donna abbracciò il figlio, poi — Mark.
— L’ha salvato… è un angelo!
— No, — sorrise lui, riprendendo fiato. — Solo un operaio.
Più tardi, quando tornò sul tetto, Robert disse:
— Ti rendi conto che potevi cadere?
— Lo so, — rispose Mark, guardando lontano. — Ma se non fossi sceso, non potrei vivere con me stesso.
Il sole tramontava.
Il tetto brillava d’oro, e Mark sentì all’improvviso che il cielo non era poi così lontano.

